– …… vi dico che sono sicuramente più di 5 mila!!
Ma non è possibile! Per aver fatto l’amore con 5 mila donne dovresti essere andato a letto, ma dubito che avresti avuto il tempo di consumare a letto, con una diversa ogni due giorni, Domeniche e feste comandate comprese degli ultimi 35 anni! Non avresti avuto neanche il tempo di guardarle negli occhi.
– Ma non ti sei mai ammalato?
Pedro, si vedeva venissimo era abituato a stupire con questa sua affermazione, controbatteva vivacemente le osservazioni di incredulità che arrivavano dagli ospiti.

L’atmosfera nel salotto era piacevole e rilassata favorita dai toni lievi del beige e rosa delle pareti, i divani sono ricoperti di stoffa a fiori anche questa dai colori delicati, una luce diffusa arriva dalle pergamene dipinte dei paralumi. Rosa è seduta su una poltrona dallo schienale alto, i fiori della tappezzeria incorniciano e il suo viso, lungo e drammatico come quello delle modelle degli anni trenta, è bianco, reso leggermente polverosa da un velo di cipria , la bocca grande, le labbra molto segnate da un rossetto ciclamino. Sembra uscita dall’atmosfera inquietante della Berlino anni trenta tra il”Salon Kitty” ed “il giardino dei Finzi Contini, non riesco a togliergli gli occhi di dosso, sono come ipnotizzato!

– Accidenti, vi dico che veramente io facevo l’amore anche con febbre, la diarrea…, tutti i giorni io potevo scegliere tra dieci donne, ma da quando ho incontrato Lucia……
Pedro insisteva
-….. io scopavo…
I commenti degli ospiti erano sempre più increduli e quando l’argomento sembrò esaurirsi, Pedro cominciò a cantare. L’arpeggio della chitarra con le note di Amado mio conquistarono il gruppo.
Lei si toccava i capelli, lunghi e castani intrecciati con un nastro argentato. Partecipava come tutti alla conversazione ma stranamente non riuscivo a cogliere il senso delle sue parole, vedevo come attraverso un filtro che lasciava passare soltanto a sua immagine nitida, tutto il resto era cornice, confuso e sfuocato. Mentre ballavamo, molto

vicini, le annuso i capelli fino a sfiorarle l’orecchio con un gesto che voleva essere una carezza
– Hai le orecchie fredde… mi avvicino ancora alla sua guancia. La sua risposta, un sorriso grande come la sua bocca, non scaccia completamente l’ inquietudine del suo viso.
Michele si domandava:
ma ci si può ” innamorare di un viso? ” Ma certo, si rispondeva, non è forse lo specchio dell’anima?
Guarda, diceva una vocina dentro di lui, sono gli occhi lo specchio dell’anima, e tu fino ad ora hanno mai parlato di occhi, ma di bocca, di orecchie, scommetto che non ti ricordi neanche il colore , dei suoi occhi, ma la forma del suo seno si!
Tento di allargare lo sguardo su tutta la sua persona, la conversazione era un brusio

lontano, indistinto, le gambe, si sono lunghe, generosamente scoperte, il seno, velato da una camicetta di seta color celeste polveroso, morbido e discreto. Scoppi di risate esplodevano nella stanza, mentre gli spropositi di Pedro, amorosamente spalleggiato da sua compagna dilettavano la compagnia e la serata scorreva allegramente. Poche volte Michele si era rivolto direttamente a Lei, accidenti, ma quali erano gli argomenti? Lei ascoltava attenta, compita e la sua bocca mimava risposte opportune, ma cosa rispondeva? Michele era sempre più perso nella contemplazione, gli piaceva dipanare quel filo sottile, intenso che si stabilisce tra due persone attratte reciprocamente, sublimazione dei sensi, lirismo romantico, incontro cosmico di anime che da sempre si cercano!

Imbroglione! Si diceva Michele…, libidine sfrenata, torbida lussuria di particolari anatomici, raptus erotico, altro che poesia!
Il momento dei saluti, le strette di mano, i baci sulle guance, momento formale di verifica, risposte epidermiche a sensazioni cerebrali, scatenate dalla vicinanza fisica.
Michele cercava di manovrare fra la confusione e l’intreccio delle mani, gli immancabili:
-……….telefoniamoci, vediamoci.
Improvvisamente si trovarono vi fronte e fu lei a parlare per prima mentre Michele navigava nel suo mare di bambagia inseguendo un sole a forma di bocca.
-…..allora, quando vieni a… devi venirci a trovare, questa è mia sorella , siamo sull’elenco del telefono, …arrivederci…..arrivederci.

Solo una vaga somiglianza le accomunava, la sorella più piccola , grassoccia con i viso rotondo e l’aria materna sorrise ed insieme si avviarono verso la macchina.
I baci di saluto sfiorarono pericolosamente gli angoli di quella grande bocca che aveva ipnotizzato Michele per tutto la sera.
Il mare di bambagia stava lentamente sfumando quando infilò la chiave la porta di casa. Anche il sole a forma di bocca era definitivamente tramontato! Il mattino successivo, inesorabilmente, sorse sui giusti e sugli ingiusti, Michele aprì gli occhi e varcò pigramente il confine tra sogno e realtà, sogno che rimaneva presente nonostante il risveglio.
Michele vedeva una grande parete di roccia a strapiombo sul mare, a metà della parete come una scultura metafisica si affacciava una grande bocca femminile con labbra morbide,

carnose dipinte con rossetto color ciclamino che sbordava oltre la riga naturale e la rendeva ancora più provocante. Verso l’angolo destro della bocca, sul labbro superiore una leggera sbavatura di rossetto dava alla bocca e un sapore irresistibilmente erotico.
Uno scalatore solitario, figurina minuta ma impavida si scorgeva su quella sinistra parete di roccia. E così si trovò aggrappato ad uno sperone di roccia con il mare a strapiombo sotto di lui, vicino, vicinissimo all’angolo destro della grande bocca, vicino, vicinissimo a quello sbavatura di rossetto, ecco… ancora un appiglio e avrebbe potuto accarezzarla.
Gli appigli erano molti solidi e la scalata era abbastanza agevole,…. ecco!! Era sulla cengia che il labbro inferiore formava nell’angolo in cui incontrava il labbro superiore, allunga la mano ad accarezzare lievemente la sbavatura di rossetto.

Il contatto lo stordiva e lo eccitava nello stesso tempo e mentre le onde si frangevano più forte sulla scogliera, mille metri più in basso, la sua mente si dibatteva pigramente tra sogno e realtà. Il sogno lo avvolse di nuovo con dolcezza e torpido languore. Rosa e Michele, dopo l’amore godevano l’intimità ed il contatto dei loro corpi, i sensi erano sopiti, l’atmosfera di calda intimità della camera favoriva il dialogo senza parole degli amanti. Lievi carezze, sguardi appannati, piccoli baci, eccitanti effluvi, languidi abbracci.
La sveglia, perentorio richiamo alla realtà troncò impietosamente l’amplesso. La routine della vita quotidiano diluiva il ricordo di quella eccitante notte ma Rosa era sempre lì, ingombrante, nella sua mente. Finalmente si decise a prendere il telefono:

– Pronto… albergo Savoy? Prego, vorrei parlare con la signora Rosa…….
– Pronto… Rosa?
– Sono io…..Michele?
– Rosa, ho voglia di far l’amore con te.
– Io….ti ho aspettato tutta la notte, poi quando mi sono addormentata sei arrivato…..
– E’ stato bello?
– Si…e per te?
– Anche per me…. è stato molto bello.
La sentivo respirare attraverso la cornetta, non sapevo cosa dire ma sentivo che il nostro silenzio era più eloquente di mille parole.
– Addio Rosa.
– Addio Michele.