Sottili lame di luce trafiggono il buio della stanza, le assi sconnesse che una volta formavano le imposte erano tenute insieme soltanto da vistosi chiodi arrugginiti. L’uomo, sdraiato sopra un lurido pagliericcio sembra morto, lievi sibili del respiro e qualche lieve contrazione della gamba sinistra sono i segni di una vitalità divorato dall’alcool, dalla droga e da qualsiasi sostanza che lo allontanasse dalla realtà. Ad ogni risveglio una torpida lucidità si faceva strada tra i recessi nebbiosi del suo cervello, era il momento in cui il dolore diventava fisico, insopportabile, finche ricominciava la fuga quotidiana ed il nuovo tuffo verso l’incoscienza procurato da sostanze di cui ormai non conosceva neppure il nome.

Questa era ormai la sua vita nella più popolosa e violenta Favela di Rio de Janeiro. Purtroppo anche la sua incoscienza era turbata dal terribile evento che avevano distrutto per sempre la sua vita e lo aveva portato, gradino dopo gradino a quel totale degrado e sempre più spesso il suono terribile di quello schianto la visione terribile di quella macchina impazzita turbava la sua tormentata incoscienza e lo seguiva implacabile nei nascondigli più profondi in cui cercava rifugio.

– Papà, papà, papà guarda come vado in bicicletta……

Sua moglie, nel giardino della villetta alla periferia elegante di Rio sorveglia con ansia le evoluzioni spericolate del suo bambino.

– Guarda papà, guarda, con una mano sola…

Ancora la madre:

– Ora basta giocare, vieni in casa e l’ora della merenda, ho fatto la torta, quella che ti piace tanto!

Il rumore di un motore impazzito, uno stridio di freni, …suo figlio, sua moglie …

L’uomo sulla lurida branda ha movimenti scomposti, gesti incontrollati, tremori su tutto il corpo.

– Attento… attento!! Oddio… attento!

Uno scarafaggio attraversa la lama di luce che colpisce le gambe dell’uomo, esita sull’orlo del pantaloni sdruciti e sporchi di tutto, incerto se risalire le gambe dell’uomo, il suo imprinting vecchio di milioni di anni gli suggerisce una meta più interessante costituita da avanzi di cibo sul pavimento. Un ombra guardinga sguscia dalla porta di ingresso, attraversa rapido le lame di luce che scandiscono la stanza e va ad accucciarsi nell’angolo più buio in attesa, ha in mano una grossa pistola nera è minacciosa. All’esterno la rumore di passi affannati rimbombano nella via, voci affannate:

– Dov’è andato? Era qui, non può sfuggirci!

Una voce sovrasta le altre, quella del capo di quella muta feroce:

– Trovatelo, il tono è rabbioso, frugate dappertutto lo voglio morto quel maledetto!

Le voci, che per un momento sembrava avessero invaso tutto il nascondiglio si allontanano lentamente ma sempre fragorosamente.

La figura dentro la stanza si muove circospetta forse un po’ rassicurata dall’allontanarsi dei suoi cacciatori. I raggi di luce che attraversa furtivamente rivelano un ragazzo dal fisico minuto, un ragazzo con un’espressione molto dura nel volto, quasi feroce, nelle sue mani adolescenti la pistola sembra enorme. Dimostra un’età di dieci-undici anni è vestito alla moda dei giovani di oggi: pantaloni jeans over-size strappati da qualche famoso stilista, maglietta firmata, tecnicissime scarpe Nike. Il suo abbigliamento dimostra che la sua posizione nella favela e nei suoi traffici illeciti è rilevante e contrasta con la misera stanza ed anche con l’ambiente circostante. Il ragazzo cerca di sbirciare fuori attraverso le numerose fessure delle finestre, qualcosa cade rumorosamente alle sue spalle, la pistola ha un guizzo nelle sue mani, pronta ad abbaiare il suo messaggio di morte.

L’uomo che dormiva sulla branda ha fatto cadere una bottiglia vuota, ultima compagna prima del suo oblio quotidiano, è agitato, ha avuto un sussulto provocato dagli incubi che lo perseguitano ogni volta che il torpore provocato dall’alcool e dalla droga comincia a svanire. Con un grido strozzato si alza sedere sulla branda ma l’incubo continua, incosciente si rivolge al ragazzo con la pistola, senza vederlo:

– Vieni, vieni da papà… attento…bravo, bravo!

Le parole escono impastata e frammentarie dalla bocca dell’uomo, il ragazzo con la pistola lo guarda incuriosito, non lo considera una minaccia.

L’uomo continua nel suo delirio:

– Bravo.. così! Bravo il mio ometto……

Con queste parole si alza dalla branda e tende la braccia verso il ragazzo con la pistola. Il ragazzo è perplesso, non sa cosa fare, l’uomo lo abbraccia:

– Eccolo qua il mio ometto… lo accarezza affettuosamente lo prende per mano.

Il ragazzo è ancora incerto se giudicare l’uomo una minaccia, sente la suo voce riceve i suoi gesti affettuosi, qualcosa di molto lontano emerge piano piano dentro di lui, un sentimento dimenticato seppellito nei suoi ricordi più lontani, quell’ abbraccio incosciente gli ha ricordato lo smarrimento dell’abbandono, l’improvvisa mancanza di quel calore che la vicinanza della madre gli dava, sentimenti rimasti seppelliti nella notte della sua infanzia, dimenticati quando un mattino, per sopravvivere, si era dovuto svegliare adulto e feroce. È sorpreso, smette di resistere a queste sensazioni, si sente sommerso da quei gesti deliranti che lo colpiscono profondamente, cerca di parlare con uomo ma questi perso nel suo delirio continua con gesti e parole affettuose, con una mano gli ravvia i capelli, il tono della voce è sempre più tenero.

Improvvisamente di nuovo rumori passi frettolosi nella strada e voci concitate e violente:

– Trovatelo! Trovatelo!

Il ragazzo ha un brivido nei suoi occhi è apparsa la paura, un terrore infantile e disperato lo spinge a rifugiarsi tra le braccia dell’uomo, entrambi cadono a terra il ragazzo si divincola e corre a rifugiarsi nell’angolo più buio della stanza il vocio per le strade si allontana di nuovo, l’uomo per terra bisbiglia frasi sconnesse il ragazzo riprende il controllo di sé, di nuovo i suoi occhi diventano freddi e spietati come quando è entrato nella stanza, arma la sua grossa pistola e la punta al petto dell’uomo

Il rumore dello sparo fa tremare le pareti della stanza e svanisce subito lasciando un miserabile silenzio dietro di se.

Una macchia di sangue si allarga rapidamente sulla camicia dell’uomo, le gambe sono scosse da un rapido sussulto, sul viso forse, un’espressione finalmente serena, poi l’immobilità della morte.

Indifferente il ragazzo infila la grossa pistola nella cintura dei pantaloni, da un occhiata intorno alla stanza e si prepara ad uscire e furtivamente come è entrato.

Aveva avuto paura ma ora è passata, aveva avuto paura di quei sentimenti così profondamente seppelliti dentro di sé che l’uomo nel suo delirio aveva fatto emergere clamorosamente. Per pochi momenti era diventato ragazzino, un adolescente della sua età ed aveva avuto paura del buio, della violenza, del domani! Questo non poteva permetterselo, nella Favela per sopravvivere bisognava crescere in fretta e lui lo aveva fatto, per questo era ancora vivo.

Aveva ucciso quell’uomo proprio perché rappresentava un pericolo mortale, rappresentava l’adolescenza, rappresentava quei dei sentimenti negati che la vita nella Favela, come un orco cattivo, divorava spietatamente, ma non sarebbe stato sempre così! Ne era convinto. Nel momento in cui fosse riuscito a comandare davvero, allora si che le cose sarebbero davvero cambiate, allora si che i bambini avrebbero potuto essere davvero bambini, ma prima bisogna vincere la guerra, dopo, dopo ci sarebbe stato spazio per i sentimenti, ed anche per piangere.