Praga, trionfo del Liberty, sogno mittleuropeo, Kafka! Prima o poi quando racconterete il vostro viaggio, qualche vostro amico ve lo dira: Kafka, il suo disperato viaggio attraverso gli incubi dell’esistenza, la Moldava, piazza San Venceslao, il vecchio Cimitero degli Ebrei. (per precipitare dalla malinconia alla depressione più profonda, aggiungo io.)

E se voi il cimitero non lo avete visto rimarrete senza argomenti e con il rimpianto di non poter citare in modo così ispirato e magari tentare un po’ di mano morta con la ragazza che vi sta seduta accanto, sperando che sia rimasta ipnotizzata dal vostri struggenti racconti di viaggio.
Passi che non ho letto niente di Kafka ma apparire un turista sprovveduto e incolto è inaccettabile e soprattutto affatto alternativo. Quindi eccomi a Praga, marsupio, scarpe comode e la mia preziosa Lonely planet che ho letto da cima a fondo. Mi godo la città intanto che aspetto il giorno adatto per la visita al vecchio cimitero, un giorno con il cielo leggermente velato e lo stato d’animo un tantino malinconico.

La visita mi tirerà il morale ancora più in basso e finalmente sarò avvolto completamente nella insostenibile leggerezza dell’essere. Ignaro di quello che mi capiterà, prendo la strada principale che dalla Moldava, attraversando tutto il quartiere Stare Mesto, porta a piazza del Duomo, assorbo le atmosfere dei luoghi è mattino presto e non c’è ancora tanta gente in giro. A metà circa del corso bisogna fare una deviazione e prendere una stradina abbastanza stretta e grigia, (ma cosa non è grigio a Praga?) che in fondo svolta ad angolo retto. Proprio li dove sorge un palazzetto neo-gotico, è l’ingresso dell’ Antico cimitero degli ebrei di Praga. I visitatori: liceali americani, e grasse comitive tedesco orientali non riescono a popolare la distesa di lapidi che costituisce il cimitero e lasciano ampi spazi solitari per la meditazione ed il raccoglimento, sotto il mantello di pini rugginosi solo qualche anemico raggio di sole e riesce a filtrare creando qua e là delle macchie di luce in una atmosfera che sembra voler essere plumbea a tutti i costi. Giro fra le lapidi, vani tentativi di interpretazione delle scritte in perfetto gotico ebraico, ogni tanto qualche enorme culo teutonico orientale o american-giudaico, contenuto a malapena in sgargianti bermuda gialli od a fiori mi riporta ad una realtà più terra terra combattendo l’astrazione ed il misticismo il luogo ispira. Sono più disposto alla allegria che al triste languore che pervade il luogo, ma il bravo turista, pardon, viaggiatore assapora le sensazioni dei luoghi visitati qualsiasi esse siano e se non bastasse Kafca ci mettiamo anche Milan Kundera! E’ durante queste riflessioni che li vedo, camminano lentamente tenendosi per mano ma non passeggiano, camminano affiancati e quando il passaggio tra le lapidi diventa più stretto, le loro mani si separano e lui le cede affettuosamente il passo abbozzando un abbraccio sfiorandole la spalla sinistra con il braccio destro, è chiaro che hanno una meta precisa, non parlano tra loro ma ogni tanto lui gira la testa verso di lei e la guarda, rassicurante ed affettuoso. Camminano con movimenti lenti, con il passo tipico delle persone molto anziane. Rimango subito preso da quella immagine, tutti e due sono vestiti di nero e sembrano usciti da una fotografia degli anni 20. Faccio l’indifferente e cerco di avvicinarmi, la coppia procede sempre in silenzio, dal punto dove mi trovo ora posso scorgere le loro espressioni. La donna guarda diritto davanti a sé e solo ogni tanto ricambia lo sguardo affettuoso del suo compagno, la pelle del viso ha il colore porcellanato delle statuine giapponesi, un nastro nero intorno al collo con un cammeo appuntato davanti accentua il portamento eretto della testa che la fa apparire anche più alta della sua statura e con un portamento nell’insieme tenero e fiero. Il suo compagno la supera di almeno dieci centimetri, anche lui vestito di nero fa pensare ad un militare, visto il suo modo di stare eretto. Pur apparendo correttamente vestito manca un qualsiasi elemento che ne vivacizzi l’abbigliamento e che denuncia la scarsa abitudine all’abito civile. La pelle del viso è segnata da una fitta ragnatela di rughe, cotta dal sole per l’abitudine di vita all’aria aperta La sua faccia fa pensare alla tolda di una nave, gli occhi azzurri ricordano i popoli dell’alto nord, che scrutano il mare, i crinali delle montagne, e sembra che riescano vedere anche oltre l’orizzonte. La meta della coppia è un punto del cimitero particolarmente affollati dalla variopinto massa dei turisti, la tomba del vecchio rabbino, luogo di pellegrinaggio e di devozione particolarmente caro alle coppie di fidanzati che ne invocano la protezione ed il felice esito del loro amore. Così come nelle chiese cristiane la devozione fa accendere ai fedeli una candela, sulla tomba del rabbino i devoti, che decidono di fare o di sciogliere un voto o di celebrare la visita, raccolgono un sassolino e lo pongono sul bordo della lapide. Tanti sassolini si ammucchiano sullo stretto bordo della lapide fino a formare precarie piramidi sempre in bilico. Corone votive solenni per la loro semplicità. Continuo a seguire la coppia cercando di dissimulare l’interesse ma i due sembrano non badare molto al mondo che li circonda e procedono lentamente ma decisamente verso la loro meta. Quando vi giungono la tomba del rabbino è momentaneamente deserta, intervallo fra una comitiva ed un’altra, davanti alla lapide come seguendo rituale immaginato chissà da quanto tempo, si prendono per la mano ed insieme depositano qualcosa sul bordo, rimangono per qualche minuto in silenzio guardandosi di tanto in tanto, immersi nei loro pensieri. Compiuto il loro personale rito si allontanano, lentamente come sono venuti. Mi avvicino e vedo due sassolini molto diversi da quelli che si trovavano per terra intorno, i loro immagino. Sono due sassolini di marmo bianco-rosato simili a quelli che si trovano sulla riva del mare, levigati dalle onde o dall’essere stati toccati per molto tempo, con quella luce e colore che assume un anello, un braccialetto portato ed amato per molti anni, con quella patina che racconta desideri, sentimenti, emozioni, vissute e trasmesse dal contatto fisico. Il brusio di una nuova ondata di turisti che sta arrivando infrange le mie fantasie, la coppia è sparita, scherzo kafkiano dell’immaginazione penso tra me. Vado verso la tomba di Hindea Basevi, la più decorata del cimitero (visto che sono qui tanto vale vedere tutto) e li scorgo verso l’uscita, hanno sempre lo stesso portamento eretto ma ora si tengono a braccetto, sembrano più sereni di quando sono arrivati, come se il breve rito che hanno compiuto li avesse liberati di un grave peso. I loro visi, che scorgo a tratti, sono illuminati da una serena soddisfazione, camminavano insieme verso la vita.

Non c’è altro da vedere, mi avvio verso il centro. In piazza del Duomo la solita folla ad aspettare i personaggi che escono dall’orologio quando scocca l’ora. Nella hall dell’albergo scopro una curiosa serie di ritratti che decorano le pareti. Immagino che e le incomprensibile didascalie , rigorosamente in lingua Ceca recitino: ”Coppie celebri”. Sono dei cartigli gradevolmente macchiati dal tempo, in alto le due foto ovali e sotto, sempre in Ceco, quella che suppongo sia la loro storia. Due in particolar modo sonno assolutamente somiglianti alla coppia che ho incontrato al cimitero, mi faccio coraggio e rivolgo la domanda al gallonato portiere austroungarico:
– Chi sono questi due personaggi?
La risposta è cortese ma formale:
– Lui è un ufficiale della marina fluviale e lei una nobildonna di Praga. Sono una sorta Giulietta e Romeo ceki. Si sono conosciuti ed innamorati durante un viaggio sul fiume, poi non si sono mai più rivisti ma durante quarant’anni si sono scritti una lettera al giorno.

A questo punto non ho niente da perdere e mi azzardo:
– Li ho visti al vecchio cimitero degli ebrei questa mattina erano insieme.
Il gallonato sposta leggermente un ciglio:
– Molto difficile che questo sia accaduto, signore, come le dicevo non si sono mai più rivisti…….
– Sono sicuro!
– ….sono morti sotto uno dei primi bombardamenti della seconda guerra mondiale.